CIAK LEGENDS: INGRID BERGMAN

C’erano una volta le dee. Si chiamavano Greta, Marlene e poi Katharine, Bette, Marilyn, Liz, Rita, Ava, Audrey, Sophia, Brigitte. E poi Ingrid Bergman (Stoccolma, 29 agosto 1915-Londra, 29 agosto 1982), la star che volle diventare attrice e quindi persona e mamma. Una svedese dal viso d’angelo e il carattere d’acciaio che non ci pensò due volte a scendere dal piedistallo di Hollywood per rimettersi in gioco, a costo di uno scandalo che avrebbe spezzato chiunque. Chiunque ma non lei, orfana di madre (Friedel Adler, ebrea tedesca) a due anni e di padre (Justus Samuel Bergman, fotografo e pittore) a 13 e che a 11 anni decise di diventare attrice. E che attrice!

Chiamata a Hollywood da David O. Selznick per reintepretare il ruolo che le aveva dato in Europa una prima notorietà, il remake di Intermezzo (1936 e 1939), vi rimase, apparentemente docile nelle mani del marito Peter Lindstrom (da cui ebbe la primogenita Pia) e dei produttori che pensavano di avere trovato in lei un’erede di Greta Garbo dalla faccia angelica ma più remissiva (ah che errore!). La famiglia Stoddard (1941), Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (1941), Casablanca (1942), Per chi suona la campana (1943, prima nomination agli Oscar), Angoscia (1944, primo Oscar) e poi Io ti salverò (1945, la sua prima collaborazione con Alfred Hitchcock, seguita da Notorious, 1946 e Il peccato di Lady Considine, 1949): furono tutti gradini verso il cielo di Hollywood e poi del mondo.

Ma non riposò sugli allori e non sfruttò la scia, tutt’altro. Ruppe con Selznick (su consiglio del marito), fondò una casa di produzione, si lanciò in progetti velleitari e poi, nel dopoguerra, infervorata dalla visione di Roma città aperta e da Paisà, scrisse una lettera all’autore Roberto Rossellini contenente una frase galeotta: «Se ha bisogno di un’attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo “ti amo”, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei… ».

Detto, fatto. Sul set di Stromboli terra di Dio (1950) che il regista aveva costruito sulle spalle della sua compagna precedente, Anna Magnani, si compì il misfatto: ovvero l’amore nella sua forma più appassionata. Rimase incinta e l’America puritana scandalizzata la ripudierà e ostracizzerà dal 1949 al 1956, sino ad Anastasia (secondo Oscar, che fu infatti ritirato da Cary Grant per il timore di contestazioni). Infervorata e occupata con i figli (altri tre: il maschio Robertino e le gemelle Isotta Ingrid e Isabella), con un marito italicamente geloso che sabotava i suoi tentativi di tornare sul set diretta da altri (girò in tutto con lui 6 film), il matrimonio (il secondo per Ingrid) non poteva che naufragare.
Iniziò così la terza vita di Ingrid Bergman, quella europea, con un altro marito in Svezia e interpretazioni diradate ma sempre mature e convincenti: Eliana e gli uomini (1956) di Renoir, Indiscreto (1958) di Donen, Le piace Brahms? (1961), via via sino all’Assassinio sull’Orient Express (1974), gustoso giallo di Sidney Lumet che le portò il terzo Oscar questa volta come non protagonista. Con l’intenso Sinfonia d’autunno (1978) di Igmar Bergman (incontro inevitabile e procrastinato nel tempo) prese congedo dal grande schermo (non senza prima ottenere la settima candidatura agli Oscar: le altre due non citate prima sono per Le campane di santa Maria, 1946 e Giovanna d’Arco, 1949). Già malata e debilitata, fece in tempo a terminare una biografia tv su Golda Meir, che le fruttò un Emmy postumo nel 1982. Morì in quello stesso agosto, nel medesimo giorno in cui avrebbe compiuto 67 anni. A una sua amica aveva poco prima dichiarato: «Non ho paura della morte. La mia è stata una vita bellissima. Sono perfettamente contenta ».
Era adorata dalla gente quasi quanto dalla macchina da presa che sapeva illuminare la sua meravigliosa fotogenia in tutti i suoi 45 lungometraggi. Una bellezza abbacinante e non aggressiva, per cui solo dopo ci si accorgeva di quanto fosse in realtà padrona della scena e di ogni colore della tavolozza dei sentimenti, che lei sapeva dominare e gestire in assoluto autocontrollo.

LE SUE 3 INTERPRETAZIONI CULTO

NOTORIOUS – L’AMANTE PERDUTA
di Alfred Hitchcock, con Cary Grant e Claude Rains

La figlia di una spia tedesca viene contattata e ingaggiata da un agente inglese per infiltrarsi in una cellula nazista in Brasile. Per amore e per riscattarsi accetterà l’incarico, rischiando la propria vita. Non c’è solo il bacio più lungo della storia del cinema (ovviamente tra Grant e Bergman), ma è anche uno dei più bei thriller di tutti i tempi. Hitchcok voleva la Bergman a tutti i costi e, come commentò Donald Spoto: «raramente nella storia del cinema un’attrice è stata ripresa con tanta delicatezza e una tale adorazione ». Giustamente.

EUROPA ’51
di Roberto Rossellini, con Alexander Knox e Giulietta Masina

Sconvolta dalla morte del figlio, la borghese Irene Girard viene convinta dal cugino giornalista di sinistra a visitare la Roma che non conosce. Vedrà la miseria e deciderà di dare tutta se stessa per i malati, i miserabili, i pazzi, i fuorilegge. Il marito la farà rinchiudere come pazza. Ispirato dalla figura di Simone Weil, per la Bergman un formidabile – e controverso – ruolo di “pura promotrice di scandalo” che le fece vincere un tribulato premio al festival di Venezia (in effetti era doppiata e il regolamento non lo permetteva). Il film, da subito un’icona per i Cahiers du Cinema, è nella lista dei 100 film italiani da salvare.

SINFONIA D’AUTUNNO
di Ingmar Bergman, con Liv Ullman e Gunnar Bjornstrand

I dolorosi rapporti tra una anziana madre e una figlia che ha appena perso il suo bambino di 4 anni, sposata a un pastore protestante. Sono 7 anni che le due non si vedono e l’incontro si trasformerà in una feroce resa dei conti, tra confessioni e accuse. Film di grandissima scrittura nella sua secchezza stilistica (in interni, con cinepresa fissa, dialoghi e tanti flashback), di non facile realizzazione data la sua drammaticità emotiva (ci furono scontri verbali sul set tra i due Bergman, in particolare per il finale), ma che vinse il Golden Globe come Miglior film Straniero e due nomination agli Oscar, per la Bergman e la sceneggiatura.

Liv Ullmann e Ingrid Bergman

Massimo Lastrucci