The Happy Prince, Rupert Everett: «Il processo a Oscar Wilde è all’origine del movimento LGBT»

«Mi piacerebbe girare ancora a Napoli, raccontando la città del secondo dopoguerra, quella del romanzo Naples ’44 di Normal Lewis. Ma mi attrae molto il periodo storico descritto anche da Malaparte ne La pelle». Non si è dunque interrotta la love story tra Rupert Everett e Napoli, dove il neo regista ha realizzato alcune scene della sua opera prima, Happy Prince, il film sugli ultimi anni di Oscar Wilde distribuito nelle sale da Vision. L’attore britannico ha presentato il film agli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento, dedicati quest’anno alla cinematografia del Regno Unito. «Quando ho fatto casting a Napoli ho trovato attori eccellenti e avrei voluto dare loro molto più spazio».

Rupert Everett agli Incontri di Cinema di Sorrento

Il primo incontro di Rupert Everett con Oscar Wilde è avvenuto da bambino, quando sua madre gli raccontava la struggente favola de Il principe felice. Poi è arrivato il cinema: nel 1999 interpretava Lord Arthus Goring in Un marito ideale e nel 2002 era Algy ne L’importanza di chiamarsi Ernest. È stato subito dopo che l’attore ha cominciato a scrivere un film che iniziava là dove di solito si concludono le biografie di Wilde, raccontando gli ultimi anni, dal 1897 al 1900, che seguirono la prigionia e la condanna ai lavori forzati per “sodomia e grave indecenza”, fino alla morte. Anni bui, più che mai autodistruttivi, il cui lo scrittore e commediografo si impose un esilio in povertà tra l’Italia e la Francia. Lo incontriamo sul letto di morte, mentre rievoca la sua vita attraverso dei flashback.

«Sono sempre stato più interessato al crepuscolo di Oscar Wilde – ci ha raccontato Everett – che al successo noto a tutti e ai giorni gloriosi della sua vita. Credo che sia stato protagonista di una delle grandi storie del Diciannovesimo secolo. Una corsa verso la rovina romantica e tragica, condita di orgoglio e follia, affascinante, commovente, terribilmente umana. Per me Wilde rappresenta una figura cristologica: poteva fuggire ed evitare il processo, ma è rimasto per sopravvivere come artista. Si è sacrificato per rinascere».

Ma ci sono voluti quasi dieci anni per realizzare il film, che segna il debutto di Rupert Everett come regista. Scott Rudin amava la sceneggiatura, ma nei panni del protagonista voleva Philip Seymour Hoffman. Everett rifiutò e Rudin rilanciò con una lista di registi tra cui scegliere, i quali però nel corso degli anni abbandonarono il progetto. Everett decise allora che avrebbe fatto tutto da solo, e per dimostrare di avere un’idea forte sul personaggio, vestì nel 2012 i panni di Wilde nella ripresa della pièce teatrale The Juda’s Kiss di David Hare, sull’arresto dell’autore e la sua vita a Napoli dopo la scarcerazione.

Nel film indossa le stesse protesi che hanno reso il suo corpo pingue e irriconoscibile sul palco. «Inizialmente avevo pensato a questo ruolo come un’occasione per una svolta della mia carriera di attore – continua Rupert Everett, che con un cappellino nasconde il taglio di capelli che avrà nei panni di Bernardo Gui, nella serie Il nome della rosama con gli anni il progetto è diventato una ragione di vita alla quale non avrei mai rinunciato». E a venirgli incontro sono stati in tanti, tra cui la Palomar di Carlo Degli Esposti e la Firth’s Raindog Film di Colin Firth, che nel film interpreta Reggie Turner, giornalista, scrittore e grande amico di Wilde. Imprevedibile, ricco di idee registiche, sapientemente montato, The Happy Prince conta sull’ottima interpretazione di Everett, che al suo fianco ha voluto anche Colin Morgan, Edwin Thomas, Tom Wilkinson e Emily Watson nei panni di Constance Wilde, e offre uno sguardo inedito su un’icona letteraria cristallizzata dalle precedenti performance di Robert Morley (Ancora una domanda, Oscar Wilde!, 1960), Peter Finch (Il garofano verde, 1969) e Stephen Fry (Wilde, 1997).

«Il processo a Wilde è stato all’origine del movimento LGBT. Fino a quel momento non si parlava di omosessualità, non si conosceva neppure questa parola prima della morte di Oscar. Anche in questo sta l’attualità del film, che ci ricordando da dove proveniamo e quanta strada abbiamo fatto per i nostri diritti».