Marco Bellocchio, la laurea honoris causa e le ispirazioni di un maestro: «Sono ancora un anarchico pacifista»

Marco Bellocchio ha ricevuto oggi all’Università IULM di Milano la Laurea Honoris Causa in Televisione, Cinema e New Media: ecco cosa ci ha raccontato dopo la cerimonia

Forse nessuna cerimonia di Laurea Honoris Causa è mai stata tanto cinematografica quanto quella dedicata a Marco Bellocchio, oggi all’Università IULM di Milano (Laurea in Televisione, Cinema e New Media). Si sono alternate immagini del suo cinema potente e destabilizzante – da I pugni in tasca a Il traditore – motivazioni “critiche” del rettore Gianni Canova («un cinema sempre presente al suo tempo»). Infine un dialogo tra Canova e Bellocchio a partire da alcune immagini e parole chiave – da una lettera di Bernardo Bertolucci all’ “Utopia” –  per sondare le tante opere dell’artista di Bobbio.

Dopo la cerimonia lo abbiamo incontrato. Parte della nostra intervista farà parte di uno speciale sul numero del giornale di gennaio 2020.

Bellocchio, durante la cerimonia ha ricordato l’importanza del disegno e del fumetto nella sua formazione. Prima di diventare regista è stato fumettista e pittore. Anche Alain Resnais ha sempre dichiarato di avere studiato le inquadrature dal fumetto…

A dire il vero leggevo, vedevo e in parte facevo fumetti. Ma non sono mai stato un vero fanatico. All’epoca mi venivano in mente delle storie e volevo rappresentarle in immagini. Fare fumetti richiede però una fatica maggiore rispetto al cinema, che è invece lavoro collettivo. Mi sono reso conto molto presto che non era il mio mezzo, c’era troppa ripetizione e rischiavo di smarrire l’ispirazione. Alla scuola di cinema ho capito che le immagini in movimento mi erano più connaturali. Amo ancora molto il disegno e la pittura. I fumetti e gli storyboard sono invece qualcosa di più tecnico che rischia di restare imbrigliato in una gabbia grafica. Lo storyboard è utile per realizzare riprese produttivamente impegnative…

Lei ne fa mai uso?

Abitualmente no. Durante la lavorazione di un film realizzo piuttosto disegni in piena libertà. Ci sono tempi morti durante la lavorazione di un film, in cui mi viene spontaneo dedicarmi al disegno su un dettaglio o un’immagine del film, ma questi disegni non li porto mai sul set e non me ne servo per dare indicazioni. Su un set sono piuttosto l’attore, l’ambiente e la luce che mi coinvolgono e mi danno ispirazione. I disegni che realizzo durante la lavorazione di un film rimangono come documenti di un set e dei film che ho fatto. Sono più un ricordo che altro. A volte compaiono in qualche libro. Alcuni condensano, sintetizzano il senso di un mio film, molti altri non valgono niente.

 

A che fase è della lavorazione della serie Esterno notte su Moro e le brigate rosse?

Io, Stefano Bises, Ludovica Rampoldi e Davide Serino con la consulenza di Miguel Gotor abbiamo scritto quasi tutte le sei puntate. Sarà poi tutto da rivedere, ci vorrà una seconda stesura, ma spero di cominciare le riprese in primavera.

L’ha sorpresa il successo commerciale anche all’estero di Il traditore?

Forse il tema, la mala, i nomi dei personaggi su cui verte il racconto hanno suscitato interesse anche all’estero. In Francia il film è andato molto bene, molto meglio di Fai bei sogni. Anche in Ungheria è andato bene. Sul “cammino” verso l’Oscar non ho soverchie speranze. Il film uscirà senz’altro nuovamente nelle sale a fine gennaio.

In una recente intervista ho letto che non si ritiene più un anarchico. È così? A giudicare dai suoi film, incluso Il traditore, un cinema che sovverte canoni e regole, non si direbbe…

Con quella dichiarazione intendevo dire che non mi ritengo più un “anarchico distruttivo”. Non sento più la dimensione anarchica di andare contro i poteri in maniera violenta. Non credo nel valore di ribellarsi, uccidendo o distruggendo anche fisicamente l’avversario. Forse si potrebbe dire che sono ancora un “anarchico pacifista”.